News 

Always up to date. Always on the front line.
Coppie di fatto. Vince il "fai da te"

Per colmare un vuoto legislativo, le coppie di fatto italiane eterosessuali o omosessuali iniziano a regolamentarsi in modo autonomo attraverso i cosiddetti  "contratti di convivenza", scritture private che, autenticate davanti a un notaio, possono regolare alcuni aspetti della vita familiare. Ma come funzionano? E quali ambiti è possibile tutelare?  

L' intervista  ALL'ESPERTO  «Per tutelarsi è meglio il matrimonio civile»

I contratti di convivenza tutelano realmente le coppie? Lo abbiamo chiesto a Corinna Marzi, esperta di diritto di famiglia a Roma.  

Quali sano le differenze tra questi contratti e il matrimonio civile?  

Rispetto al matrimonio civile questi accordi non determinano un vincolo di parentela e non hanno effetti anche sul piano successorio. Inoltre, raramente prevedono una tutela per il coniuge più debole. Le coppie che intendono anche solo vagamente vincolarsi giuridicamente solitamente scelgono il matrimonio. Importante, invece, sarebbe la previsione di una tutela giuridica per le coppie omosessuali che, per legge, non trovano un'adeguata difesa e sono costrette a ricorrere a questi accordi che non le tutelano del tutto.  

In Italia ci troviamo di fronte allo zero assoluto in questa materia?  

Purtroppo sì. Salvo qualche sporadico diritto, come il diritto al subentro nel contratto di  locazione in caso di morte e il diritto al risarcimento del danno in caso di incidente stradale mortale, il convivente superstite non ha altri diritti successori. La legge tutela solo i figli nati durante la convivenza, stabilendo che possono percepire assegni di mantenimento. Inoltre, di regola viene concessa l'assegnazione della casa coniugale al genitore con il quale i figli saranno domiciliati prevalentemente e solo fino a quando gli stessi non saranno autonomi economicamente e non più conviventi.  

II registro delle unioni civili può essere  un'alternativa al matrimonio civile?  

Non credo che offra alcuna tutela, ma che serva per provare una convivenza stabile. La maggior parte delle coppie di fatto eterosessuali se volessero avere più diritti e doveri avrebbero a disposizione l'istituto del matrimonio civile. Se non lo scelgono, è evidente che uno dei due conviventi non desidera vincolarsi in alcun modo. Sono le coppie omosessuali che sono prive di tutela giuridica e per le quali sarebbe giusto, oltre che civile, prevedere una legge come quella delle "Eingetragene Lebensgemeinschaften"  (convivenze registrate) previste in Germania.  

Servizio di Alessia Lucchese.  



Coronavirus, tutte le risposte ai dubbi dei genitori separati

No, il coronavirus non è una ragione valida per mettere sotto naftalina il vostro diritto di essere genitori. E l'ex coniuge che sostiene il contrario o prova ad allontanarvi dai vostri figli con la scusa dell'emergenza può andare incontro a conseguenze molto serie.

In queste settimane difficili, in cui la nostra quotidianità è stata stravolta dalle misure per fermare il Covid-19, siamo portati a mettere in discussione tutto. Questo perché la regolamentazione ha lasciato degli spazi vuoti, all'interno dei quali non è facile orientarsi. Servono strumenti e conoscenze. E così i telefoni degli avvocati hanno preso a squillare insistentemente. Le richieste sono sempre le stesse. Ecco le più frequenti.

"Avvocato, la mia ex non vuole farmi vedere mio figlio, che devo fare?"

Oppure: "Avvocato, ma è sicuro lasciare il bambino al padre?". Il prezzo dell'incertezza lo pagano principalmente i papà, "visto che nel 90 per cento dei casi i minori sono collocati presso la madre", ci racconta l'avvocato

Lorenzo Puglisi

Del Foro di Milano, specializzato in diritto di famiglia. "Dall'inizio dell'emergenza – spiega – le madri non si fidano più a lasciare il figlio ai padri, assumendo come luogo sicuro quello domestico". "È chiaro che il diritto di visita va contemperato con il primario interesse del minore a non essere esposto a rischi, tuttavia – chiarisce il legale – se un papà rispetta le regole e non svolge una professione potenzialmente a rischio non ci sono fondati motivi per giustificare il mancato invio del minore". Come difendersi allora dalla riottosità dell'ex coniuge? "I tribunali sono fermi – spiega Puglisi – ma non per procedimenti urgenti ex articolo 700 del codice di procedura civile". Se la domanda del papà dovesse essere accolta, avverte l'avvocato, "il rischio è che ci sia una modifica delle condizioni di separazione o divorzio, le conseguenze vanno dal semplice richiamo alla modifica della regolamentazione dell'affido".

"Avvocato, devo andare a prendere mio figlio, cosa scrivo nell'autocertificazione?"

Per le visite all'interno dello stesso comune lo spostamento rientra nelle "situazioni di necessità", sulla questione è anche intervenuta una circolare governativa. Invece, nel caso in cui si debba raggiungere un comune diverso le cose si complicano. Per questo genere di trasferimenti, infatti, le nuove regole parlano di "assoluta urgenza". E non è chiaro, a questo punto, se nella dicitura rientri anche il diritto di visita. Quindi, "se un papà viene da fuori, nessun avvocato o giudice possono garantire l'esenzione dalla multa", spiega Puglisi. Il suggerimento è di "specificare nell'autocertificazione l'esercizio del diritto di frequentazione, allegando una copia del provvedimento di separazione o divorzio". "È essenziale – gli fa eco la collega

Corinna Marzi

Del Foro di Roma, esperta di diritto di famiglia e membro del consiglio direttivo dell'Istituto italiano di diritto collaborativo (Iicl) – che dalla documentazione risultino i giorni di visita fissati dal tribunale, questo perché è già capitato che qualcuno facesse il furbo provando a giustificare lo spostamento con la scusa di andare a prendere i figli".

"Avvocato, ho abbassato la saracinesca, come faccio a pagare l'assegno di mantenimento?"

Un altro fenomeno tipico dei tempi di oggi e del lockdown imposto dal governo riguarda gli assegni di mantenimento. "Mi hanno già contattata diversi clienti, mi dicono che sono stati costretti a chiudere le proprie attività e che non ce la fanno a pagare l'assegno mensile", spiega la Marzi. Le categorie professionali più colpite sono imprenditori e partite iva che, a differenza dei lavoratori subordinati, non possono contare sulla casa integrazione. "Non pagare l'assegno di mantenimento è un reato, quello che consiglio ai papà – spiega la legale – è di cercare di trovare un accordo con la controparte, pagando una somma ridotta con la promessa di una futura integrazione". In ogni caso, ricorda l'avvocato, "si può sempre chiedere una modifica delle condizioni di mantenimento, anche questo tipo di procedimenti rientra tra quelli urgenti e quindi le discussioni non sono sospese".

"Avvocato, come faccio a separarmi?"

Al momento si naviga a vista: ci si può separare consensualmente con la negoziazione assistita, mentre in via giudiziale si può sempre adire il tribunale con la speranza che il giudice ritenga la questione meritevole di urgenza. Per le altre ipotesi bisognerà aspettare che l'attività giudiziaria torni ad operare a pieno regime. Entrambi i legali concordano su un aspetto: tra gli strascichi di questa pandemia ci sarà sicuramente un'impennata delle separazioni. Lo "tsunami" giudiziario è atteso per settembre, considerando che, oltre all'emergenza, c'è la consueta sospensione feriale. "Mi aspetto un'ondata di separazioni a partire da settembre, perché le restrizioni hanno sottoposto le coppie in crisi a uno stress inedito", ragiona Puglisi. È d'accordo anche la Marzi: "Normalmente i picchi delle separazioni sono sempre successivi a periodi prolungati di coabitazione, come le vacanze estive o invernali, perché queste situazioni acutizzano in maniera importante la conflittualità accelerando la disgregazione dei rapporti in crisi".



https://www.ilgiornale.it/news/cronache/coronavirus-tutte-risposte-ai-dubbi-dei-padri-separati-1847162.html
Affidamento dei figli: l’esperta ci spiega cosa fare quando un padre non rispetta le disposizioni sull’affidamento

Affidamento dei figli: la nostra esperta ci spiega cosa fare se un padre non rispetta le disposizioni sull’affidamento dei figli.

Purtroppo succede molto spesso: sono sempre più frequenti le storie di padri, alle volte di madri, che, dopo una separazione o un divorzio, non rispettano le disposizioni del Tribunale, non si occupano dei figli nei giorni concordati, non versano l’assegno di mantenimento.

L’Avvocato Corinna Marzi, esperta in diritto di famiglia e dei minori, ci ha spiegato cosa può fare, in questi casi, una mamma per tutelare suo figlio, senza però coltivare inutili rancori.

Avvocato Marzi, spesso le mamme si lamentano che i loro ex-mariti o ex-compagni non si occupano più dei loro figli, non li vanno a trovare quanto dovrebbero secondo le disposizioni del Tribunale e, spesso, non versano nemmeno il contributo al mantenimento: cosa può e deve fare una mamma per tutelare suo figlio?

Purtroppo è molto frequente che i padri non riescano a costruire con i figli un rapporto stabile e duraturo nel tempo. Il fatto dipende da diverse circostanze. In primo luogo hanno questo tipo di atteggiamento i padri che in realtà, intimamente o a volte anche palesemente (ma inascoltati) non desideravano diventare tali. Poi può dipendere da questioni prettamente caratteriali del singolo marito o compagno, ovvero, infine, da quanto gli ex-mariti o ex-compagni sono stati coinvolti nella cura dei figli sin dall’inizio della loro nascita, con madri che, senza alcun apparente motivo, impediscono o ostacolano (soprattutto dopo la separazione) il rapporto dei figli con i padri.

L’Avvocato Marzi spiega che “non potendo purtroppo legalmente obbligare nessuno a fare il padre, quello che posso consigliare a tutte le mamme è di impegnarsi al massimo nel riuscire ad interessare i padri di più nella gestione dei figli fin dalla nascita. I padri spesso si sentono esclusi dalla famiglia con la conseguenza che non si crea quell’affiatamento con i figli necessario alla costruzione di un rapporto importante e duraturo per il futuro. Insomma, anche se non  viene loro naturale, consiglio alle mamme di occuparsi dei figli insieme ai papà, anche se questi ultimi inizialmente non sembrano mostrare molta voglia e nonostante le cose da fare debbano essere spiegate più di una volta. Dopo la separazione, se un padre non ha voglia di occuparsi dei figli, non ci sarà modo di obbligarlo in nessun modo. Quindi il mio secondo consiglio in questo caso è, purtroppo, di farsene una ragione e di proseguire la propria vita in modo sereno, nonostante tutto”.

“Quanto al contributo al mantenimento, la legge mette a disposizione diversi mezzi per recuperare le somme che il padre non dovesse versare. E’ chiaro che se l’obbligato è nullatenente o non ha un lavoro dipendente o un conto corrente intestato sarà difficile recuperare alcunché. Se, invece, ha un immobile intestato o uno stipendio o dei creditori (clienti, affittuari ecc.) si può procedere ad esecuzione forzata su detti beni o somme”.

Avvocato Marzi, esiste un modo “pacifico” di risolvere questi problemi così frequenti?

Il metodo migliore per risolvere questo tipo di problemi in modo pacifico è quello di iniziare bene. Come si dice: “il buon giorno si vede dal mattino”. La separazione dovrebbe essere, quindi, condotta con l’aiuto di professionisti seri ed esperti nella materia del diritto di famiglia abituati a gestire i conflitti familiari ed ad aiutare le parti a trovare le migliori soluzioni per la loro famiglia. Una separazione consensuale ragionata, dove le parti si assumono la responsabilità di decidere le migliori soluzioni per il loro futuro, raramente porta a scontri successivi. Di solito, quando c’è lo scontro, nonostante una separazione consensuale, le condizioni della separazione non sono state del tutto assunte con ragionata coscienza e volontà da almeno una delle parti in lite.

“Per la mia esperienza personale posso dire che ogni volta che le parti hanno discusso le questioni economiche in modo aperto, facendo insieme e con l’aiuto degli avvocati la cosiddetta “lista della spesa”, le somme così calcolate sono sempre state considerate eque dalla parte obbligata al pagamento (di solito i padri) ed accettate. Anche il diritto di visita dei figli, quando ragionato e discusso apertamente con reciproco rispetto per gli impegni dell’uno e dell’altro, è questione facilmente risolta e di solito rispettata e seguita. Nei casi trattati con questo metodo di incontri a 4 (ancora meglio se con il metodo collaborativo di cui abbiamo già parlato in questa rubrica) non mi sono, quindi, mai trovata a dover fare esecuzioni forzate per il recupero delle somme dovute per gli alimenti. Per tutelare il figlio, pertanto, consiglio sempre di cercare il dialogo con l’altra parte anche con l’aiuto di un avvocato esperto nella materia del diritto di famiglia che sappia come affrontare una negoziazione così delicata”.

E’ vero che una volta terminato un matrimonio i padri sono spesso assenti dalla vita dei figli? O è vero piuttosto che spesso sono le mamme che, di fatto, li escludono come possono dalla vita dei figli?

E’ vero tutto ed il contrario di tutto. Non si può generalizzare, sarebbe un grave errore. Come ho detto prima, si tratta della famosa domanda se è nato prima l’uovo o la gallina. A fronte di padri che per diverse ragioni sono assenti dalla vita dei figli, vi sono altrettante madri che di fatto in un modo o nell’altro escludono i padri dalla vita dei figli. A volte la prima dipende dalla seconda. Le madri che escludono i padri dopo la separazione di solito li hanno già esclusi in costanza di matrimonio o convivenza. Purtroppo ci sono famiglie che geneticamente nascono disunite”.

“Ci sono casi in cui la famiglia non si è proprio mai costituita perché ad esempio il figlio è nato a seguito di un rapporto occasionale. Ci sono, infine, madri che si lamentano perché i padri non si occupano dei figli, ma non appena i padri provano a dare un contributo, invece di sostenerli e di essere collaborative, li stroncano e li denigrano facendo loro passare ogni fantasia. Ci sono mariti o compagni svalutanti nei confronti delle mogli o compagne e che rimangono tali anche dopo la separazione. Si tratta della natura delle persone che nessun giudice o circostanza sopravvenuta può modificare”.

L’unico consiglio valido è quello di valutare attentamente la persona che si sceglie come padre/madre dei propri figli. Ogni errore di valutazione potrebbe essere fatale ed una volta operata la scelta non si può che assumersene la responsabilità ed accettarne tutte le conseguenze, nel bene e nel male, senza scaricare detta responsabilità interamente addosso all’altro. Tenere i figli fuori da queste dinamiche e  dagli effetti nefasti di errate opzioni è l’unico modo di tutelarli. Ogni coinvolgimento contro “l’altro” sarebbe una grave ed ingiustificata estensione di responsabilità nei confronti dei figli.  

https://www.donnamoderna.com/mamme/bambini/affidamento-figli

IL Diritto collaborativo - Separarsi con rispetto


Avv. Corinna MARZI

Nell'ambito delle ADR (Alternative Dispute Resolutions) il Diritto Collaborativo ovvero Collaborative Law si colloca tra i metodi alternativi di risoluzione dei conflitti familiari. Si tratta di un procedimento extra-processuale con metodo interdisciplinare introdotto in Italia nel 2010 che prende le mosse dalla pratica virtuosa ideata negli Stati Uniti nel 1990 dall'avvocato esperto in diritto di famiglia del Minnesota, Stuart Webb. La Collaborative Law o Practice si è velocemente diffusa in tutti gli Stati Uniti ed in Canada dove lo sviluppo esponenziale di detta pratica è stata oggetto di un rapporto del Ministero della Giustizia canadese indicato come uno dei fenomeni più rilevanti degli ultimi 25 anni nel diritto di famiglia! In Europa è l'Inghilterra la pioniera del Diritto Collaborativo. Il Giudice Paul Coleridge specificava nell'ottobre 2007 che "il diritto collaborativo esiste per partecipare alla rivoluzione che il diritto di famiglia sta sperimentando negli ultimi anni e per cambiare la cultura e l'ambiente del contenzioso familiare"?, Anche in Irlanda il Collaborative Law ha conosciuto uno sviluppo straordinario seguito dalla Scozia, l'Austria, la Svizzera, la Germania, la Repubblica Ceca e l'Olanda. La ragione per questo sviluppo è da ravvisarsi nella ricerca di una risposta immediata ed innovativa ad un sentimento di insoddisfazione crescente iniziato con la liberalizzazione del divorzio negli anni'70 del secolo scorso. Gli alti tassi di divorzio raggiunti nei diversi Paesi europei ed il continuo ricorso alle aule dei Tribunali per risolvere conflitti familiari ha avuto la conseguenza di una crescente incapacità delle autorità giudiziarie di affrontare dette problematiche in modo adeguato. Di qui l'evidente interesse da parte degli operatori di diritto di famiglia di accogliere il procedimento collaborativo tra i procedimenti virtuosi in grado di rispondere in modo più adeguato alle esigenze delle famiglie con metodi efficaci e pragmatici per consentire di alleggerire, quando possibile, l'intervento dello Stato nella sfera familiare. Sono diversi i metodi alternativi introdotti negli ultimi 10 anni in Italia per dare una risposta alle crescenti domande di risoluzione alternativa al ricorso agli organi giurisdizionali per i conflitti familiari come ad esempio l'avvento della mediazione familiare. A differenza della mediazione familiare - dove le parti che intendono dare un assetto alla loro separazione o divorzio senza l'intervento del Tribunale si rivolgono ad un unico soggetto, il mediatore, che in modo imparziale sentite le parti verifica e propone delle soluzioni per la regolamentazione della futura vita familiare "da separati"-, nella pratica collaborativa è prevista la presenza degli avvocati a fianco alle parti con l'eventuale intervento di esperti psicologi e finanziari neutrali esterni di volta in volta invitati a partecipare alle riunioni al fine di aiutare i separandi a trovare le migliori soluzioni per la regolamentazione futura dell'assetto familiare in un clima collaborativo. Il concetto fondamentale elaborato da Stuart Webb è quello che vede professionisti di diverse aree di competenza e le parti impegnati tutti insieme in modo collaborativo in teamwork alla ricerca delle migliori soluzioni nell'interesse della famiglia e della prole. Il risultato di questo lavoro di gruppo, dove i protagonisti sono sempre le parti che autonomamente e consapevolmente decidono di aderire alle soluzioni proposte nel corso delle riunioni, sarà inserito in un ricorso congiunto al fine dell'omologa da parte del Tribunale.

 La pratica collaborativa, improntata al rispetto ed alla trasparenza tra le parti e gli avvocati sancita in un contratto c.d.accordo a quattro con il quale le parti ed i loro difensori sottoscrivono di voler aderire alla pratica collaborativa per risolvere il conflitto familiare sottoponendosi alle regole di detto procedimento, ha in realtà una sola fondamentale regola: se il procedimento dovesse fallire per una delle ragioni sancite nel contratto gli avvocati dovranno fare un passo indietro e non potranno patrocinare i propri clienti in un eventuale giudizio innanzi al Tribunale. Tale fondamentale regola, il patto di rinuncia al mandato, è la garanzia che tutti i professionisti coinvolti effettivamente si attiveranno per trovare le migliori soluzioni nell'interesse del nucleo familiare in fase di separazione. E' un potente stimolo per tutte le parti coinvolte a ricercare una soluzione creativa che consentirà loro di conservare ma anche di rafforzare ciò che hanno acquisito. Precisamente la pratica collaborativa è un'alternativa extra giudiziaria al processo di separazione, divorzio o di affidamento e mantenimento dei figli naturali per limitare lo stress, i costi e l'imprevedibilità tipica della soluzione giurisdizionale. Si tratta di un procedimento multidisciplinare che vede l'interazione contemporanea di avvocati, psicologi e commercialisti (se necessari) e parti tutti uniti nella ricerca delle migliori soluzioni per la coppia che intende porre fine alla propria unione coniugale (o di fatto quando vi sono figli). 

Rispetto alla negoziazione compiuta dagli avvocati che hanno sviluppato una maggiore attenzione e sensibilità ai problemi connessi alla separazione della coppia, e che cercano di perseguire in via preventiva un tentativo di risoluzione consensuale della separazione/divorzio, il diritto collaborativo rappresenta un passaggio più evoluto perché mira a risolvere i conflitti familiari in uno spazio protetto attraverso il sostegno di professionisti delle varie aree di competenza. Il procedimento di diritto collaborativo si basa sull'impegno contrattuale concretizzato in un contratto collaborativo, in cui le parti coinvolte si impegnano a rispettare i principi guida ed essenziali del diritto collaborativo. Oltre ad una deontologia comune, il diritto collaborativo mette in atto un processo particolare di risoluzione secondo il quale due persone, che si trovano in posizioni contrapposte per una controversia familiare, scelgono ciascuna un avvocato esperto in diritto collaborativo e ricercano insieme, in occasione di incontri a quattro stabiliti secondo un calendario preciso, una soluzione appropriața alle loro difficoltà. In ogni "caso" collaborativo, quindi, ciascuna parte è rappresentata dal proprio avvocato di fiducia formato nella pratica collaborativa. Lavorando insieme nelle sessioni congiunte le parti, i loro avvocati ed i consulenti tecnici (psicologi e/o esperti infantili e/o commercialisti) cercano di identificare i bisogni e gli interessi di ciascun membro della famiglia e nello stesso tempo le aree su cui non vi è accordo. Il team collaborativo assisterà le parti usando strategie di "problem solving" per ridurre o eliminare le aree di disaccordo, allo scopo di pervenire ad una soluzione del problema mirata alle esigenze del singolo membro della famiglia. Gli incontri a quattro necessari alla conclusione del procedimento collaborativo generalmente sono tra i 4 e gli 8, ciascuno della durata di due ore circa ed intervallati da uno o due incontri di preparazione tra avvocato e cliente. Quando si rende necessario agli incontri parteciperanno anche i professionisti neutrali sempre col fine di individuare le migliori soluzioni nell'interesse della coppia e dei figli.

 La pratica collaborativa portata a compimento con successo culmina nella redazione di un ricorso congiunto da presentare in Tribunale per l'omologa contenente le decisioni prese in condivisione nell'ambito del procedimento stragiudiziale. La pratica collaborativa è indicata per la risoluzione di tutti i conflitti familiari anche se connotati da un' alta conflittualità tra coniugi. Questa non impedisce la scelta dell'approccio collaborativo perché una

I Dibattiti delle peculiarità del procedimento consiste proprio nella partecipazione agli incontri di un professionista dell'area psicologica che, in caso di conflitto, può intervenire al fine di dirimere i diversi punti controversi. Spesso si tratta solo di aprire nuovamente un canale di comunicazione ormai chiuso da tempo per le ragioni più diverse. Non è, invece, indicata la pratica collaborativa in tutti i casi in cui vi sia un effettivo sospetto di violenza fisica tra le parti o nei confronti dei figli. L'indubbio vantaggio dell'utilizzo della pratica collaborativa sta nel fatto che, avvenendo il processo collaborativo negli studi degli avvocati "collaborativi", quindi al di fuori dei Tribunali, questi ha una durata molto limitata nel tempo (qualche mese, rispetto ad un giudizio in Tribunale che può durare anche circa 4/5 anni). Altro vantaggio è la possibilità di trovare soluzioni originali ed alternative condivise tra i diversi professionisti esperti della materia e le parti stesse che un Tribunale non avrebbe il potere né di disporre né di proporre. Ad esempio per quello che attiene la casa coniugale l'unica possibilità per il Tribunale investito della separazione o del divorzio, ma anche dell'affidamento e mantenimento dei figli naturali, sarebbe quella di assegnarla ad uno o all'altro coniuge. Nel processo collaborativo, invece, ampie e diversificate sono le possibilità alternative che possono nascere ed essere decise in condivisione come ad esempio la divisione della casa, la vendita con contestuale acquisto di due distinte abitazioni ecc.. Regola fondamentale del processo collaborativo è il rispetto tra le parti e la conseguente mancanza di aggressione reciproca verbale, psicologica o fisica, pena l'interruzione della pratica collaborativa. Ne consegue che i coniugi o le coppie di fatto per tutto il processo collaborativo sono obbligati ad avere un contegno reciproco civile e contenuto a tutto vantaggio dei figli che non dovranno subire la "guerra dei Roses" dentro casa per anni. il fattore che rende la pratica collaborativa cosi efficace e la circostanza che questo tipo di procedimento implica una grande assunzione di responsabilità delle parti nelle decisioni per il futuro della propria famiglia e dei figli. Questa non è quasi mai presente nei metodi alternativi quali la separazione consensuale tradizionale (basata sulla capacità negoziale degli avvocati ai quali le parti delegano al 100% le scelte per il futuro della loro famiglia) o addirittura la separazione giudiziale (basata sulla delega totale delle anzidette scelte alla decisione di un Giudice, che non potrà mai conoscere in modo approfondito le reali vicende famigliari come i protagonisti stessi).

 I benefici che si traggono dal metodo collaborativo sono sicuramente riscontrabili nel lungo periodo sia nella sfera economica come in quella personale. Le decisioni responsabilmente prese nell'ambito collaborativo, infatti, risultano durevoli nel tempo, quindi meno esposte al pericolo di modifiche future in sede giudiziale. L'esito prodotto dalla consapevole negoziazione nella pratica collaborativa si traduce in una sensazione avvertita dalle parti come "win-win"(vincitore-vincitore), anziché come "win looser" (vincitore- vinto) altrimenti riscontrabile all'esito di una separazione giudiziale o all'esito di una consensuale tradizionale non sufficientemente approfondita. La pratica collaborativa oltre ad essere un efficace procedimento alternativo per la risoluzione dei conflitti familiari rappresenta l'occasione per uscire dalla crisi che la professione legale sta affrontando da qualche anno ormai, La collaborative practice risponde al bisogno di ricollocazione dell'avvocato di diritto di famiglia restituendogli professionalità. Essa, infatti, consente all'avvocato di offrire una vasta gamma di servizi supplementari al cliente per sempre meglio rispondere alle sue aspettative ed ai suoi bisogni. I problemi di diritto di famiglia e del patrimonio richiedono sempre più una deontologia ed una competenza particolare degli avvocati e l'utilizzo dell'interdisciplinarità è sempre più essenziale se si vogliono attuare soluzioni serie e definitive. La conseguenza sarà una ritrovata stima da parte dell'opinione pubblica della figura degli avvocati che ad oggi risulta purtroppo ridotta ai minimi termini.

Il Diritto Collaborativo si rivolge, quindi, a coloro che accettano di modificare il loro comportamento professionale, che desiderano adattarsi al cambiamento radicale di mentalità ed alla volontà di pacificazione dei conflitti familiari e che sono consapevoli che le famiglie di domani, necessariamente più internazionali rispetto al passato, richiederanno un procedimento globale di risoluzione dei conflitti transnazionali.





IL Diritto collaborativo - Separarsi con rispetto

il Diritto Collaborativo ovvero Collaborative Law si colloca tra i metodi alternativi di risoluzione dei conflitti familiari. Si tratta di un procedimento extra-processuale con metodo interdisciplinare introdotto in Italia nel 2010.

Continua...